Sembrava una barca ma era un van. (pt 2)

Come già detto nel post precedente, nessuno poteva immaginare cosa sarebbe accaduto quella notte. Il mattino dopo gli amici sarebbero partiti di buonora e quella sera, dopo un saluto, ognuno di noi si chiuse nei propri mezzi. Ci eravamo lasciati così, in mezzo a un campo erboso.

Sistemate le piccole faccende domestiche dopo la cena, il vento e la pioggia aumentano di portata, il freddo si fa pungente, io e Piero decidiamo di andare a letto tenendo a portata di mano i nostri sacchi a pelo. Forse il sonno ci ha colto per qualche momento, sta di fatto che dopo poco ci svegliamo presi di soprassalto dal van che si muove, ondeggia, a tratti forti scossoni mi preoccupano non poco. Fa molto freddo, entrano in gioco i nostri sacchi a pelo che ci fanno da calde coperte.

Intanto fuori si scatena una vera e propria bufera, la pioggia batte sulla lamiera del van con forza, un rumore incessante ci investe con una violenza che mi spaventa, non capiamo se sia il rumore del vento o forse il rumore di un tuono continuo a urlare sulle nostre teste. Guardo Piero “Io sono un pò preoccupata, tu?” “Ma no tranquilla domani vedremo.” Ok, io non mi tranquillizzo nemmeno un pochino! Da quel momento si dorme a pizzichi, (Piero più di me) lo scuotere improvviso ogni volta mi fa trasecolare. Penso che l’acqua possa invadere il mezzo e mi aspetto da un momento all’altro di sentire un gocciolio filtrare dagli oblò ma così non è stato, gli oblò hanno tenuto. Nei momenti di maggior violenza degli elementi ho temuto che il vento potesse rovesciare il van, ma per fortuna neppure questo è successo. Per tutta la notte gli scossoni per il forte vento e l’intensità della pioggia ci tengono compagnia. Ogni tanto alzo gli oscuranti per vedere cosa sta accadendo fuori ma una compatta foschia non lascia intravedere nulla, solamente un buio inquietante. Non riesco più a restare a letto mi alzo poi, verso le 06.30 del mattino, alzo l’oscurante proprio mentre i nostri amici si stanno muovendo per partire. Il vento e la pioggia continuano a sferzare tutto ciò che è alla loro portata. I due mezzi si muovono, il primo camper esce dal campo e si porta in salvo all’entrata del grande parcheggio, sulla stradina ghiaiosa. Il secondo mezzo dopo un breve tratto si ferma, le ruote iniziano a girare a vuoto nel fango, il camper si impantana. Noi rimaniamo fermi nello stesso punto. Ciriaco corre in soccorso per aiutare Vincenzo e la tormenta, che non da tregua, piega i loro corpi che a fatica si muovono sotto la spietata bufera. Immobile, inerme, impotente, li osservo dalla finestra mentre tentano qualsiasi cosa pur di liberare le ruote dal fango. A tratti appaiono e poi scompaiono dietro una spessa coltre di nebbia, io sono in ansia per loro, non so cosa fare per aiutarli. Dopo oltre un’ora di tentativi falliti, piegati dalla fatica e dallo sconforto, devono arrendersi.
Oltre a tutto questo dobbiamo aggiungere che in quel posto la connessione è del tutto assente, non si può confidare in una chiamata di soccorso, è un bel problema! Come spesso accade, quando tutto sembra perso, ecco venire incontro la Buona Sorte. Un’auto in quel momento passa come un fantasma tra la nebbia ed è prontamente fermata, ci aiuterà nella ricerca di soccorsi una volta discesa dall’altopiano. Dopo circa due ore (la mia percezione del tempo non è affidabile) un carro attrezzi spunta dalle dune e punta dritto verso di noi come un veicolo di speranza. Inizia l’operazione per salvare “Ulisse” dalla tempesta. Ci vogliono alcune manovre ma è salvo. Io e Piero ne approfittiamo e chiediamo al valoroso gentil signore (in pantaloncini corti!!!!) di togliere anche noi dal pantano. Dopo un paio di cordacci spezzati, e dopo un antipatico imprevisto causato da una nostra disattenzione, ne usciamo anche noi. Sbrigate le formalità il vento non ferma ancora la sua corsa, con un cenno della mano, e un piccolo magone, salutiamo i nostri amici che finalmente possono ripartire, scortati dal carro attrezzi. Io e Piero rimaniamo in silenzio, soli in quel deserto ancora minaccioso, guardando i mezzi scomparire dietro alle dune mentre piano piano si allontanano.

Io quella notte ho quasi maledetto la mia piana perché per la prima volta in tanti anni mi ha tradita, mi ha fatto paura, ma il giorno dopo, soli con noi stessi, ho capito che la natura può essere dura, ma è padrona dei suoi spazi, ci può sorprendere nel bene e nel male ma bisogna averne sempre un gran rispetto e mai come in quei momenti ce ne siamo resi conto. Il terzo giorno la Piana ci ha sorpreso ancora una volta regalandoci una giornata splendente che ha quasi cancellato tutti quei momenti di paura. E’ vero, non ci siamo addormentati guardando le stelle ma siamo stati gli attori protagonisti di una avventura che non dimenticheremo facilmente. Niente male come prima esperienza in van.


Articolo correlato:
Sembrava una barca ma era un van (prima parte)

Link utile:
Gransassolagapark


5 pensieri su “Sembrava una barca ma era un van. (pt 2)

  1. Porca miseria che avventura…bello raccontarla, viverla un po’ meno! Ma tu sei così brava a descriverla, che il brivido lungo la schiena l’ho provato anch’io!

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